Le implicazioni economiche degli Open Data in Italia

Intervista a Raimondo Iemma, research fellow del NEXA Center for Internet and Society del Politecnico di Torino a cura di Michele Barbera e Francesca Di Donato di LinkedOpenData.it.

Raimondo, il fenomeno Open Data è ormai esploso anche in Italia, tutti ne parlano e cominciano ad essere pubblicati sempre più datasets. Tuttavia, l’impressione è che il tema dominante sia ancora quello della trasparenza dell’azione amministrativa a scapito dell’attenzione sul potenziale economico. Sembra mancare una reale consapevolezza di quali possano essere le implicazioni economiche del paradigma Open Data. Qual è il tuo punto di vista sull’argomento?

L’analisi delle implicazioni economiche del paradigma Open Data applicato al patrimonio informativo del settore pubblico (o ‘PSI’, da Public Sector Information) comincia a basarsi su qualche riferimento empirico.

Secondo l’analisi a cura della Commissione europea (c.d. rapporto Vickery), il valore di mercato del riuso dell’informazione del settore pubblico è stimato intorno ai 140 miliardi di euro all’anno nell’Unione. Il rapporto POPSIS analizza l’impatto – prevalentemente positivo, in termini di crescita della domanda – sui mercati della riduzione delle tariffe applicate dalle pubbliche amministrazioni per il rilascio dei dati, scoprendo anche che il 9% delle applicazioni basate (almeno parzialmente) su PSI raggiungono 1 milione di download nell’Android Market. In un recente paper in merito al potenziale di innovazione dei dati aperti, Vivek Kundra auspica, tra le altre cose, che i venture capitalist si convincano a investire in giovani imprese che lavorano con i dati delle pubbliche amministrazioni.

Il tutto pare in linea con lo spirito della Direttiva europea sul tema, che si pone l’obiettivo di agevolare la “creazione di prodotti e servizi a contenuto informativo, basati su documenti del settore pubblico, estesi all’intera Comunità, nel promuovere un effettivo uso, oltre i confini nazionali, dei documenti del settore pubblico da parte delle imprese private, al fine di ricavarne prodotti e servizi a contenuto informativo a valore aggiunto e nel limitare le distorsioni della concorrenza sul mercato comunitario” (Considerando #25).

Guardando all’Italia, possiamo affermare che ciò stia effettivamente accadendo?

Da un lato, è crescente il numero di amministrazioni locali che hanno attivato – o stanno attivando – processi virtuosi in questo senso. A ormai noti e “pionieristici” esempi come quello del Piemonte, se ne affiancano di più recenti: gli esempi spaziano da TorinoFirenze alla Regione Lombardia. Senza contare il geoportale semantico della Provincia di Trento e il portale Linked Open Data della Camera dei Deputati, che attualmente rappresentano, a livello tecnologico, i punti più avanzati. Per una esplorazione più sistematica, è possibile consultare la ricognizione compiuta da Formez in merito allo stato dell’open data in Italia e la mappa delle leggi regionali in materia.

Queste esperienze Open Data hanno un valore notevole, in quanto:

  • consentono di “ingegnerizzare” i processi di apertura dei dati (e, nel lungo periodo, anche quelli di raccolta o creazione);

  • ponendo basi normative, tecnologiche e operative, abilitano sviluppi futuri;

  • fungono da esempio per altri, entro un modello di competizione virtuosa;

  • attivano comunità di esperti, anche esterni alle PA, la cui azione di supporto e stimolo sono fondamentali, anche in ottica di “civic hacking”.

Tuttavia, il volume di informazione del settore pubblico attualmente non rilasciata, o comunque non rilasciata come Open Data, rimane consistente. In molti casi, si tratta di dati a grande potenziale economico, sia per il loro contenuto intrinseco, sia per la loro ampiezza e varietà. Per citare un esempio, i dati raccolti e gestiti da Infocamere (il Registro Imprese) o dall’Agenzia del Territorio alimentano un mercato di riutilizzo – dai “distributori” di dati agli studi professionali e di consulenza – tanto florido (dell’ordine del miliardo di euro all’anno) quanto concentrato, con forti barriere all’ingresso. Di certo, le politiche di rilascio dei dati praticate da questi enti si pongono (almeno) l’obiettivo della sostenibilità finanziaria e della continuità del servizio. Tuttavia, un ampio potenziale di riutilizzo rimane inesplorato, in quanto le basi di dati, nella loro interezza e con tutti i loro aggiornamenti, sono disponibili a un numero selezionato di operatori, spesso in virtù di accordi specifici. Così non accade, ad esempio, per i dati catastali in Spagna, che vengono rilasciati gratuitamente e liberamente a tutti, naturalmente grazie a un investimento pubblico che sostiene i costi di tale scelta. Un modello che consente anche di migliorare e correggere i dataset grazie al contributo dei riutilizzatori.

Situazioni analoghe si riscontrano ad altri livelli amministrativi. Basti notare che, delle 12 aziende di trasporto locale che hanno fornito i propri dati a Google per il servizio Google Transit(non certo un male, di per sé), solo una – il Gruppo Torinese Trasporti – ha fatto i primi passi per aprire gli stessi dati a tutti rendendoli pubblici e riutilizzabili.

Insomma, l’impressione è che le PA stiano aprendo i loro cassetti, ma che i “forzieri” più ricchi siano ancora appannaggio di pochi.

E non per forza per motivi inconfessabili. In alcuni casi, gli organismi detentori dei dati possono estrarre loro stessi valore economico dai dati (mediante esclusive o comunque creando “artificialmente” una scarsità di accesso), sollevando le amministrazioni centrali dal dover finanziare per intero l’attività di gestione e rilascio dei dati svolta dagli enti alle loro dipendenze. In tempi di ristrettezze di bilancio, si tratta di un argomento particolarmente persuasivo. Oppure, ancora più semplicemente, non ci si pone il problema di dovere aprire a tutti, rilasciando i dati solo a chi li chiede (e, se ti chiami Google, le chance di ottenere risposta positiva crescono).

Per le comunità di esperti che sostengono gli Open Data – e che si trovano molto spesso anche a svolgere la funzione di “evangelizzatori” presso le amministrazioni pubbliche rispetto all’apertura dei dati – avere questa consapevolezza può essere un’arma in più. Ricordando che:

  • a meno non vi sia un evidente interesse pubblico, gli accordi di esclusiva ribaltano i loro effetti negativi sugli utenti finali, costretti a rivolgersi a un ridotto numero di operatori per ottenere servizi a partire dai dati (non a caso, tali accordi sono normalmente inibiti dalla Direttiva PSI);

  • mettere a disposizione i propri dati a operatori come Google (per dirne uno) non dovrebbe impedire di pubblicare gli stessi dati a vantaggio della collettività (e di altri sviluppatori con buone idee). Anzi: l’argomento migliore per evitare che qualcuno pensi che risorse pubbliche siano state utilizzate per favorire un singolo operatore privato è proprio la messa a disposizione a tutti delle stesse risorse.